La conferenza DeGenero

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Il 22 maggio scorso a Casa America Catalunya si è tenuta la conferenza-teatro Degenero, organizzata da diversificate realtà provenienti da vari gruppi politici: Corrente Alternata, Diáspora Solidaria (Barcellona e Amsterdam) e Framtid Solutions, incaricata di coordinare il progetto.

La convergenza fra queste organizzazioni è nata attorno a una causa comune: il bisogno di parlare da una prospettiva di genere, a livello locale e internazionale, di lavoro, disuguaglianze e precarietà. Parlarne per avvicinare la pratica alla teoria e viceversa, in modo che la nostra vita di donne (e uomini) precari possa trovare un quadro di analisi su cui “appoggiarsi” per capire il contesto più ampio in cui ci muoviamo .


La conferenza è stata organizzata anche con lo scopo di collegare problemi che spesso si presentano separati: il cambiamento del modello di lavoro, la precarizzazione delle condizioni lavorative, la necessità di cura delle persone e l’urgenza di sopravvivenza in un mercato del lavoro che lascia senza occupazione una persona su quattro.


Abbiamo contato sulla presenza di relatrici di altissimo livello: Sara Moreno, professoressa di sociologia presso l’Università Autonoma di Barcellona, Arlene Cruz, avvocatessa del lavoro e attivista nella Diáspora di Solidaria e Annalisa Murgia, docente e ricercatrice presso l’Università di Trento.

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Ci ha sedotto la possibilità di narrare la realtà confrontandola con la teoria e, sperimentado una pratica cara al femminismo, abbiamo deciso di leggere durante la conferenza storie di giovani donne che ci avevano fatto arrivare le loro storie. Le letture di
Ana Alarcón e Stefania Azzarello sono state divertenti ed emozionanti ed hanno dato vita a un “ponte” fra elementi artistici e contenuti teorici.

Ecco qui il video di Stefania, attivista di Corrente Alternata:

Grazie al sostegno dell’Institut Català de les Dones e alcuni enti privati che hanno scelto di sostenere il nostro progetto, siamo state in grado, nelle due ore di intenso dibattito, di raccogliere un pubblico ampio e diversificato.


Le relatrici ci hanno aiutato a percorrere e a esplorare i molti elementi importanti che sono stati trattati.


“Quando appare la crisi economica, mette da una parte la crisi ambientale e della cura, ricevendo molta più attenzione”


Inizialmente la Prof.ssa Sara Moreno ha contestualizzato il momento di crisi che stiamo vivendo, ponendo alcune domande chiave: Di che crisi stiamo parlando? Quali sono le sue cause e le sue conseguenze? Quali risposte si stanno dando? (clicca
qui per vedere il video di sintesi di questo documento).


Il bisogno di chiederci “quale crisi” è stato posta considerando le circostanze attuali, visto che da tempo stiamo vivendo delle costanti difficoltà che non hanno, purtroppo, attirato tanto l’attenzione quanto la crisi economica e finanziaria stanno invece facendo. Stiamo parlando della crisi della cura e della crisi ambientale, crisi strutturali la cui esistenza ha permesso, finora, la sopravvivenza del sistema capitalista. Quindi, quando si parla di crisi dobbiamo considerare che ci sono molteplici crisi e non solo una, come spesso ci vogliono far credere; e che alcune di queste crisi sono da sempre diffusamente, a livello europeo, rese invisibili, e in pericolo di esserlo sempre di più.


La logica produttiva che fino a ora ha fatto “funzionare” le cose è la stessa che adesso ne causa il suo declino. E’ la stessa logica che “funzionava” basandosi sullo sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro di cura – soprattutto – delle donne. Sara Moreno ha indicato che “la crisi non ha sesso, ma ha in realtà un genere”, dichiarando che non sono gli uomini che hanno causato la crisi e le donne che ne sono le vittime, bensì che è la logica maschile della produttività che ha causato il moltiplicarsi di situazioni “femminilizzate”. Le conseguenze di questa crisi è che gli uomini stanno soffrendo la “femminilizzazione” delle loro condizioni di lavoro: guadagnano sempre meno (per questo diminuisce il gap salariale) e lavorano in condizioni precarie. E nonostante i tentativi di manipolare le statistiche, tutto ciò non significa che le disuguaglianze siano in diminuzione ma che la situazione generale sta peggiorando.


Le donne sono particolarmente colpite: a causa dei tagli alla sanità e all’istruzione, per esempio, con tutto ciò che questo comporta in termini di distruzione di posti di lavoro e di aggravio di responsabilità di cura per le donne. A questo proposito si presentarono alcuni esempi pratici: chi si prende cura delle persone malate quando sono dimesse in anticipo dall’ospedale dopo un’operazione? Chi deve conciliare o rinunciare a lavorare quando si rifiutano numerosi aiuti per i pasti scolastici? Nella maggior parte dei casi, le donne.


Le conclusioni di Moreno ci hanno portato a riflettere sulle possibili risposte alla crisi. Da una prospettiva di genere, Sara Moreno ha sottolineato il fatto che è in aumento la divisione sessuale del lavoro, come risposta alle esigenze di servizi precedentemente forniti dallo Stato e che attualmente ricadono sulle famiglie. Tuttavia, alcune situazioni possono aprire un varco che si colloca nel mettere in discussione e nel ripensare le relazioni di genere: gli uomini disoccupati o pre-pensionati che improvvisamente si ritrovano a casa e devono prendersi cura dei loro figli e figlie, nipoti… possono rappresentare un’opportunità di cambiamento dei ruoli stereotipati fra i generi? E le persone giovani, che cercano sempre di più di organizzare il lavoro domestico e di cura in modo equitativo, possono rappresentare una speranza per un futuro diverso?

“Stanno incoraggiando le donne a ripetere e a mantenere il ruolo di custode della casa”

L’avvocatessa Arlene Cruz ci ha aiutato a chiarire le tendenze generali delle recenti riforme del mercato del lavoro in Spagna, facendo luce sul presunto obiettivo di fondo di “promuovere il lavoro dei giovani e delle donne”. Alcune di queste misure, come l’aumento da tre mesi a un anno del periodo di prova o le facilitazioni date ai licenziamenti, vanno contro la tutela del lavoro in modo evidente. Tuttavia, come ha sottolineato nel suo intervento, alcune di queste misure sembrano, da una parte, promuovere l’occupazione ma, se viste da vicino, risulta chiaro che portano in realtà a una maggiore precarietà. Ad esempio, i vantaggi dati alle aziende per assumere part-time i giovani, a livello pratico spesso si traducono in un contratto part-time che nasconde una giornata di lavoro a tempo pieno. (Clicca qui per la video sintesi del suo discorso)

Per quanto riguarda l’occupazione femminile, gli incentivi ai contratti part-time contenuti in queste riforme con l’obiettivo di “conciliare lavoro e vita familiare”, rafforzano l’idea che siano le donne coloro che devono conciliare, visto che cade su di loro il ruolo di caregiver. In effetti, questo tipo di contratto è prevalentemente femminile. Tanto che la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha recentemente considerato discriminatorio il sistema di calcolo dei contributi dei contratti part-time, considerato che ha delle conseguenze negative sul pensionamento delle persone che hanno questo tipo di contratto e che in Europa sono per l’80 % donne .


Un altro tema importante nel mondo del lavoro è legato alla situazione delle lavoratrici domestiche, che rappresentano una delle figure più precarie. Dal 2012 le lavoratrici domestiche sono parte del Regime Generale della Sicurezza Sociale, acquisendo così alcuni diritti che prima non avevano come, per esempio, un salario minimo e in contanti (non includendo gli sconti per l’alloggio, il vitto, ecc.). Tuttavia, pur essendo adesso parte del regime generale, non hanno diritto a godere di tutti i diritti di cui dovrebbero essere titolari, tra i quali il diritto al sussidio di disoccupazione. Inoltre, da aprile di quest’anno, le lavoratrici domestiche sono nuovamente tenute a pagare i contributi previdenziali (invece che i datori e datrici di lavoro). Come indicato dall’avvocatessa Arlene Cruz, l’impressione è che stiano “giocando” con le persone, sperimentando e modificando le regole a seconda dei suoi risultati, in un settore tra i più precaria e vulnerabile.


“Il lavoro precario in Italia ha un sesso: colpisce più donne che uomini”

“Il modello di lavoro è cambiato profondamente”. Così la sociologa Annalisa Murgia ha chiarito, sin dall’inizio del suo discorso, i cambiamenti che hanno travolto il vecchio modello. Quel modello basato sulla stabilità dei rapporti di lavoro e un lavoro fisso nella stessa azienda per tutta la vita. Un modello in cui il lavoro rappresentava la porta d’ingresso ai diritti sociali. (Clicca qui per la video sintesi del suo discorso).


Mentre il modello del lavoro sta cambiando profondamente, rimane quasi invariata la rigida divisione sessuale del lavoro che ne è la base, e che mette al centro di ciò che si considera produttivo il “male breadwinner“. Ora come prima le disuguaglianze di genere persistono (segregazione verticale e orizzontale, divario salariale, ecc.), essendo l’Italia il paese con il più basso tasso di occupazione femminile in Europa (secondo solo a Malta) e con un onere delle responsabilità domestiche che ricade per un 80% sulle donne.


Al tempo del lavoro precario e del cambio di modello, il volto della precarietà continua ad essere un volto di donna. In Italia le donne rappresentano la metà delle persone con un contratto a termine, nonostante non rappresentino la metà della forza lavoro. E questi dati sono accentuati quando si analizza la fascia di età tra i 25 e i 34 anni, che è anche un’età cruciale per alcune decisioni tali come rendersi indipendenti, scegliere se essere madre, avviare e sostenere un percorso professionale.


Dopo un quadro generale della situazione italiana, diversa, ma per molti versi simile a quella spagnola, Annalisa Murgia ci ha presentato alcuni brani tratti da interviste condotte nell’ambito di un’indagine comparativa tra Inghilterra, Spagna e Italia sulla precarietà lavorativa delle persone giovani con un titolo universitario. Leggere le interviste ci ha catapultato nella realtà della precarietà quotidiana che ruota attorno all’instabilità, la temporalità, la mancanza di diritti e la “trappola passione” che ti fa accettare condizioni di lavoro umilianti a cambio di lavorare nel settore per cui si è studiato, non riuscendo a costruire dei percorsi di lavoro minimamente coerenti e lineari.


“Il lavoro temporaneo è ciò che logora e stanca davvero . ( … ) Non c’è tempo di andare oltre i tuoi compiti specifici. Pertanto non può imparare niente. Fai il tuo lavoro e questo è tutto.” [Spagna , donna, 32 ]

L’essere laureata e qualificata e con un curriculum con su 500 corsi… è un aggravante. Sei peggio. Sei peggio di chiunque altro. Perché comunque il lavoro che ti possono offrire è un lavoro con mansioni più basse.” [Italia, donna, 34]

“A mio parere , sembra che il governo non si preoccupi dell’economia sommersa. Ho trascorso più di due anni in uno studio legale senza un contratto. E non ho mai visto un’ispezione del lavoro. È una situazione molto diffusa tra i giovani avvocati.” [Spagna , donna , 30 ]

Interviste che parlano della difficoltà di prendere decisioni a lungo termine, come ad esempio la maternità. Difficoltà che tracciano una marcata differenza tra il tasso di fertilità delle donne con contratti a tempo indeterminato e quelle con un contratto precario.


“Non ho mai pensato di avere figli perché non riesco a immaginarmelo nella mia situazione attuale. Non so nemmeno dove sarò nei prossimi tre mesi.” [Spagna, donna, 32 ]


E … l’assenza di politiche pubbliche per attutire questa precarietà …


Le cose che ti posso citare sono sicuramente la previdenza, perché la pensione non ce l’avremo mai.. ci comincio a pensare. La malattia, perché se ti ammali non lavori più, la maternità, perché non ho figli, ma anche volendo sarebbe impossibile… E poi, problema che ho già vissuto varie volte, il reddito… nel senso che quello che mi serve è un sostegno al reddito.” [Italia, donna, 34]

Ecco qui il video dell’intervento di Annalisa Murgia che parla della situazione italiana.

(Realizzazione dei sottotitoli da parte di Nomade Servizi Linguistici. http://www.nomadeservizilinguistici.it)

Guardando al futuro


Quali soluzioni, quali strategie possiamo immaginare? Le domande alla fine della discussione si sono incentrate sulla visione del futuro: in questa situazione, cosa possiamo fare? Superare l’individualismo e realizzare progetti collettivi (sia del lavoro che in altri settori ) è stata una delle risposte. Unire le forze e considerare che il triangolo (stato, famiglia, società) deve diventare un quadrato, aggiungendo la “comunità” tra i pilastri che ci permettono di andare avanti. Per contrastare un sistema che ci spinge verso la logica del “si salvi chi può”.

L’interesse che ha suscitato questa iniziativa ci spinge a voler continuare a parlare di lavoro e di precarietà, con particolare attenzione ai giovani e con una prospettiva di genere, elementi essenziali per la comprensione dei fenomeni attuali.

www.degenero.org

Notizie dal Laboratorio del 13 Aprile 2013

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Corrente Alternata ha organizzato il laboratorio “Vite precarie: uno sguardo precario di genere sul lavoro, le pratiche di relazione e i beni comuni” presso lo spazio culturale Il Vivaio del Malcantone a Firenze.

L’obiettivo principale di questo laboratorio: continuare il percorso svolto nei mesi passati, riflettere insieme sulle dinamiche della precarietà, creare un “vocabolario” e delle definizioni collettive basate sulle esperienze di vita di ognun*. Tutto questo con lo scopo di apportare una prospettiva critica alle proposte attuali sulla precarietà e di condividere con altr* un percorso di riflessione.

Nella mattinata abbiamo iniziato con un breve gioco di movimento per presentarci al resto dei partecipanti. La finalità di questa dinamica è facilitare la creazione del gruppo. Inoltre, il gioco ha lo scopo di introdurre l’attività principale del mattino: la costruzione di una biografia di se stesse per identificare quali elementi fra: le reti sociali e relazionali, il lavoro, i luoghi, l’età, il sesso, la famiglia, l’origine (tutti temi individuati nei passati incontri) hanno un peso nella configurazione delle nostre esistenze precarie.

Abbiamo chiesto alle/ai partecipanti di scrivere una breve biografia. Poi l’abbiamo messa in comune identificando alcune “parole chiavi” delle nostre vite.

Abbiamo riscontrato che molte partecipanti hanno usato poco il tema del lavoro per definire la propria biografia. E´emersa spesso la parola nomadismo per sottolineare da una parte la mobilità delle persone sia per quanto riguarda luoghi e spazi di residenza, sia per descrivere un nomadismo di esperienze, percorsi, lavori che non portano a una identità stabile, determinata, bensì in continuo cambiamento.

Le altre parole  emerse sono state le reti e le relazioni, che hanno un ruolo fondamentale nella vita di ognun*, soprattutto rispetto alla precarietà lavorativa ed economica di oggi.

Per quanto riguarda il lavoro, ci siamo rese conto che la maggior parte delle partecipanti non ha definito il proprio lavoro come elemento biografico. Discutendo sono emerse varie motivazioni:

– si preferisce non parlare del proprio lavoro perché non ci si riconosce in quello che si fa;

– si percepisce un senso di incompiutezza, quando parlando del proprio lavoro  con altre persone ci troviamo rappresentante in un modo che non corrisponde alla realtà;

– alcune hanno detto che non si sono mai definite tramite il proprio lavoro: le relazioni sono quello che hanno influenzato di più il loro percorso di soggettivazione. Il lavoro è sempre stato qualcosa che è rimasto al margine;

– altre invece vivono con un grande disagio il fatto di non potersi “realizzare” attraverso il lavoro, ovvero vivrebbero la dimensione professionale come uno spazio privilegiato in cui esprimersi, ma se da una parte sono mutate le possibilità di mantenere il proprio lavoro, quelle di trovare spazi professionali corrispondenti alle proprie competenze e aspettative personali sono state ancora di più sacrificate alle logiche produttive;

– alcun* non hanno il tempo per pensare a come definirsi. La precarietà e la mancanza di welfare rende difficile incontrare spazi di discussione e riflessione su quale sia il peso del lavoro nella nostra vita. Soprattutto rispetto alla questione della maternità: alcune hanno affermato con forza quanto sia difficile essere madre in questo momento, senza alcuna rete di sostegno. Si è esplicitato quanto il welfare sia peggiorato negli ultimi anni, mettendo le donne di fronte a un bivio: o la professione o la maternità.

La seconda attività della giornata è stata quella della mappa del tempo. Con le partecipanti abbiamo commentato attraverso un cartellone le principali riforme del mercato del lavoro dal 1990 ad ora. Inoltre nel cartellone venivano rappresentati anche gli anni delle leggi che hanno caratterizzato le conquiste di diritti per le donne. In breve si è discusso dei seguenti punti:

  • Breve resoconto dei cambiamenti legislativi che hanno promosso la situazione attuale, dagli anni ‘90 in poi.
  • Confusione sul discorso precarietà – flessibilità: com’è funzionata la “ideologia della flessibilità”.
  • Cambiamenti nella condizione dei diritti delle donne nel mercato del lavoro.

Abbiamo poi chiesto alle partecipanti di inserire dei post-it sul cartellone per indicare quale situazione lavorativa avevano negli stessi anni in cui si sono svolte le maggiori riforme del lavoro. Si è visto come la maggior parte delle persone sono entrate nel mercato lavorando a nero senza contratto, in ambiti vari (bar, ristoranti, baby-sitter, educatrice, falegnameria). Poi dalla riforma Treu molte persone hanno iniziato a lavorare con contratti co.co.pro e contratti a prestazione occasionale. Negli ultimi anni sono aumentate le persone che hanno dovuto aprire una partita IVA perché le imprese “preferiscono” contrattare chi ha una partita IVA in modo da far ricadere i costi della previdenza sulla lavoratrice stessa. Si è evidenziato il fatto che solo due persone avevano un contratto a tempo indeterminato e entrambe lo avevano ottenuto negli anni prima del processo di liberalizzazione e flessibilizzazione del mercato del lavoro.

In questo modo abbiamo potuto visualizzare il parallelismo tra la precarizzazione del mercato del lavoro e la situazione lavorativa di ognuna di noi, contestualizzando la nostra situazione personale all’interno di uno scenario più ampio. Nominando cosa e come aveva influenzato le nostre esistenze.

La terza e ultima attività è stata quella del gioco delle eroine. Abbiamo dato delle figure di eroine create dal collettivo di San Precario per la May Day 2005, chiedendo alle persone di immaginare come queste eroine potessero cambiare la nostra precarietà. Quali pratiche le eroine di San Precario potrebbero realizzare per trasformare le nostre relazioni di lavoro e economiche?

Il primo gruppo ha riflettuto sulla figura di Spider Mom, che veniva definita da San Precario come un’eroina che:

ha sperimentato ogni tipologia di contratto: co.co.co, co.co.pro, part time, full time, part time verticale, orizzontale, trasversale e obliquo, stagista, apprendista, formazione lavoro e targhe alterne. Da quando è rimasta incinta si è verificata una piacevole mutazione delle proprie molecole, sviluppando le capacita’ piu’ recondite del proprio cervello: riesce infatti a comunicare mentalmente con tutt* i/le super mom e i/le superflex, dando il via alla cospirazione precaria universale.”

Il secondo gruppo ha la figura di Charlie Coop & Social Angels, definite da San Precario come:

pronte a spendersi\svendersi per quietare il disagio sociale. Caritatevoli e disponibili si piegano a salari da fame per la mission. Durante uno sciopero dei mezzi, GODAPHONE FLASH impedisce le comunicazioni. Le precarie si vedono, si conoscono PARLANO. Da quel giorno le conseguenze\simboli del loro sfruttamento diventano armi: PATTI e le molle dei riscatti, CATI e il pitale dei contratti, ENZA e il tempo scaduto della pazienza!”

Dal primo gruppo, quello capitanato da Spider Momé emerso che la maternità è vista come un tema privato di cui collettivamente e politicamente si parla pochissimo. Molto spesso le donne e i partners si sentono soli nell’affrontare la maternità e questo accade su  più livelli: come gestire la relazione, come pensare all’educazione, ai costi, alla suddivisione delle responsabilità.

Abbiamo dato vita a delle possibili soluzioni, queste sono emerse dalle riflessioni fatte in gruppo: Spider mom quindi dovrebbe intervenire per creare delle agorà di discussione e condivisione tra genitori per affrontare vari temi: come organizzare asili auto organizzati dai genitori stessi, o come delegare ad altre educatrici garantendo un giusto e degno salario, come trovare forme di cooperazione per facilitare processi di condivisione dei saperi sul tema della maternità ed educazione dei figli. Un tema specifico sviluppato da questo gruppo è stato quello della maternità vissuta all’interno dei movimenti sociali, ragionando su quanto ancora ci sia da fare per poter pensare alla maternità nei contesti di attivismo: per non sentirsi completamente escluse nel momento in cui si diventa madri, dovendo ancora una volta rinunciare a una parte della propria vita.

Nel secondo gruppo, quello capitanato da Charlie Coop & Social Angels, si è parlato di quali “soluzioni” ci immaginiamo per poter “risolvere” il problema del lavoro e dello sfruttamento. Lasciando andare l’immaginazione, si è pensato alla possibilità di eliminare il lavoro, pensare all’idea radicale di immaginarci una società in cui non ci sia bisogno di lavorare, in cui il lavoro non sia il centro delle nostre vite. L’importanza della terra e di “tornare” all’agricoltura è stato un altro tema trattato, anche se immaginandoci modi differenti di condividere la terra, lavorando sulla necessità di eliminare le gerarchie. Di fatto, le gerarchie e il potere sono stati altri temi toccati durante il dibattito: per andare davvero alla radice del problema dovremmo analizzare il profondità le dinamiche di potere su cui si struttura l’organizzazione del lavoro e le gerarchie negli uffici e le imprese.


In conclusione, le partecipanti hanno enfatizzato la mancanza di spazi e momenti per condividere le proprie esperienze sul mondo del lavoro e la precarietà quotidiana. La maternità come una delle potenzialità femminili risulta essere “limitata” nei tempi e modi imposti dal lavoro. La mancanza di sostegno alla scelta e ai desideri delle persone, si impone sul resto, rendendo il personale in eccedenza rispetto al mercato. Nel laboratorio è stato dichiarato il desiderio di incontrarsi e il bisogno di creare più momenti di condivisione quale risposta alla frammentazione dei tempi e delle scelte delle persone. La precarietà intreccia molti ambiti la sussistenza economica, la maternità e le relazioni fra le persone.

8 marzo…parte seconda

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Questo otto marzo come sempre le socie di Corrente Alternata erano ognuna in un posto diverso, cercando di tenere insieme come in un puzzle i vari pezzi delle proprie vite disordinate e precarie.

E visto che l’otto marzo serve per commemorare le lotte delle donne che da sempre rivendicano i propri diritti…

E visto che “le donne” sono diversissime tra loro e sono molteplici le loro forme di lotta…

…Da Corrente Alternata vogliamo ricordare alcune di queste lotte.

Perchè nonostante la crisi…con la solidarietà e l’appoggio reciproco possiamo trovare delle alternative!

Più di 70 lavoratrici delle pulizie strappano le tessere del Sindacato e si organizzano in autonomia. Dopo mesi di lotte e presidi, stanche dell’immobilismo e dell’accondiscendenza della CGIL, decidono  di seguire nella lotta senza il sindacato. Sono centinaia di donne che si oppongono  senza mediazioni a 78 provvedimenti di licenziamento.

http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/7094-goodbye-cgil

La “Plataforma afectados por la hipoteca” (Piattaforma vittime del mutuo) si organizza ormai da alcuni anni per impedire gli sfratti, dare appoggio alle vittime e organizzarsi. È un’organizzazione di donne e uomini di diversa provenienza, accomunati dal desiderio di non rimanere impassibili davanti all’ingiustizia degli sfratti di massa. In Spagna nei primi anni del 2000 i mutui venivano concessi come niente e adesso le persone non possono più pagarli. Ricordiamoci che la disoccupazione è al 26%. E le persone sfrattate rimangono con il debito del mutuo, anche se non hanno più la casa.

In questo video chiedono ai e alle deputate di votare a favore di una legge di iniziativa popolare che metterebbe fine a questa grave ingiustizia sociale. I protagonisti del video sono donne, uomini, anziani e giovani che sono sotto sfratto o che sono già stati sfrattati.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=d4sequ8gw4s

E per finire, l’otto marzo a Malaga. Una parte della manifestazione portava con se una grande vagina, per evocare una santa, figura importanti in Andalusia. Anche questa è lotta, per il piacere, per il nostro corpo, per cercare di dimenticare questi giorni così…papali…

Perchè: a cosa ci serve la rivoluzione se non possiamo ballare?

http://www.youtube.com/watch?v=5rtRDfkG9vo&feature=share

Incontro di fine anno “Corrente Alternata è la fine del mondo” 21 dicembre 2012

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Volevamo concludere l’anno incontrandoci. Volevamo tirare le fila di un anno in cui, nonostante la distanza fisica delle socie “operative”, siamo riuscite a organizzare iniziative, creare e mantenere alcuni contatti e continuare a coltivare uno spazio di condivisione, intimità e appoggio, sempre più indispensabile in una condizione di vita precaria.

Per questo abbiamo pensato ad un incontro “di fine anno” in cui volevamo, da una parte, commentare alcune cose “successe” in questo 2012 e, dall’altra parte, dedicare uno spazio per la riflessione su temi legati alla precarietà, su cui stiamo lavorando da tempo.

L’incontro non era pubblico e aperto, bensì gli inviti sono stati fatti a persone che si muovono in spazi che ci sono affini, così come amiche/socie che individualmente ci seguono da un po’. Il risultato è andato al di là delle nostre aspettative, visto che eravamo più di 20 persone, cosa insperata pensando anche che era un 21 dicembre…

Per quanto riguarda lo svolgimento dell’incontro, nella prima parte abbiamo presentato il nostro blog, che ci piacerebbe che nel tempo potesse diventare uno strumento di condivisione di riflessioni per le persone che ci sono vicine politicamente sui temi relativi a genere, diritti, precarietà e femminismi. Per adesso solamente le tre socie operative vi scrivono, ma speriamo che nel futuro sia possibile utilizzarlo come “cassa di risonanza” (per un primo contributo “esterno”, leggete l’articolo di Ilaria Agostini, “Maternità e feudi baronali…” http://correntealternatablog.wordpress.com/2013/01/06/maternitaefeudibaronalinotizieinaspettatedalmondouniversitariofiorentino/).

In questa prima parte dell’incontro volevamo anche condividere quelle che sono state le esperienze di alcuni incontri femministi svoltesi nel 2012: il FemministBlogCamp di Livorno a settembre (purtroppo la nostra amica che ha partecipato all’evento non e’ riuscita a venire) e il PrimumVivere di Pestum a ottobre.  Alcune donne che hanno partecipato a Paestum ci hanno raccontato le loro sensazioni, il fatto che per loro sia stato un momento per “ritrovarsi” dopo tanti anni a parlare di temi ancora molto attuali. Si è sottolineato il fatto che c’erano più generazioni, la qual cosa ha creato dei momenti di intenso dibattito, anche scontri, ma comunque interessanti (vedere, per esempio il post di Chiara http://correntealternatablog.wordpress.com/2012/11/05/postpaestum).

Nella seconda parte abbiamo voluto portare avanti alcune riflessioni che sono iniziate a giugno con un laboratorio dedicato ai temi di genere e precarietà e con l’evento “Conversazioni Precarie” (correntealternatablog.wordpress.com/2012/06/17/conversazioniprecarie).

Come premessa c’è da dire che da ormai un anno abbiamo iniziato a discutere all’interno di Corrente Alternata sull’importanza delle metodologie con cui sviluppiamo i dibattiti e le riflessioni, al di là dei temi che trattiamo. Le metodologie non sono affatto neutre e decidere di impostare un dibattito in modo da lasciare lo spazio a tutte le persone partecipanti di dire la propria, senza prevaricazione e giudizi frettolosi, ci sembrava un buon modo per ripartire da noi: al di là delle grandi analisi e discorsi, come ci mettiamo in relazione politicamente con le/gli altr*?

Siamo coscienti che queste riflessioni non sono niente di nuovo né innovativo, da decenni se ne parla: in America Latina l’educazione popolare nasce negli anni ’60 con Paulo Freire e i movimenti indigeni…e il movimento femminista, primo fra tutti quello italiano, ha sviluppato una pratica della relazione che voleva proprio smontare i meccanismi di potere che si creano negli spazi politici collettivi. Quindi, appunto, niente di nuovo…ma qualcosa di cui sentivamo l’estremo bisogno di riprendere, esplorare, attualizzare alla luce di quella che è la realtà di questi tempi…

Proprio per questo, a giugno abbiamo organizzato un laboratorio interamente costruito su dinamiche partecipative, attraverso cui abbiamo cercato di facilitare il dialogo, il confronto/discussione, il rispetto e la creazione di uno spazio di condivisione su tematiche relative al lavoro e alla precarietà. Da quell’incontro sono sorti alcuni temi che ci sembravano particolarmente importanti: ne abbiamo scelti due da riproporre per l’incontro di dicembre.

La mancanza di tempo e l’alto numero di persone partecipanti (non ce l’aspettavamo!), hanno fatto sì che non si sia potuto approfondire i due temi scelti: le reti di protezione e il tempo. Le persone sono state divise in due gruppi, in cui per tre quarti d’ora, si è parlato del tema assegnato…ne sono usciti punti in comune, disaccordi, interventi che partivano dal personale e altri che si muovevano su un piano più teorico. Qui di seguito riportiamo alcuni stralci del dibattito.

Il gruppo delle RETI

Sul cartello è stato scritto:

LE RETI (a cui ci appoggiamo e a cui facciamo appoggiare…)

  1. creano solidarietà intergenerazionale;
  2. chi appoggia chi?
  3. Se i miei non avessero una casa o una loro pensione……

Fra i temi emersi, dopo lo scioglimento dei primi ghiacci….è stato chiesto: la precarietà crea individualismo?

  • Secondo alcune la precarietà, essendo fatta di parcellizzazione dei tempi di lavoro, di turni, di instabilità affettiva, esaspera ulteriormente dentro il lavoro una competizione che si regge sull’individualismo.
  • Altre non si vedono in questa affermazione, pensando che l’individualismo NON è presente in misura maggiore oggi, perchè viviamo nella precarietà.  Non è la precarietà che crea questa situazione di individualismo, ma bensì come sono fatte le persone.
  • Per altre, invece, lo scenario è simile ad una Giungla e l’individualismo e la competizione sono la  prima cosa di cui le persone si lamentano: non vi è alcuno spirito di collaborazione fra colleghi. Ancor di più in quegli ambiti in cui non vi sono regole scritte ma la competizione è ampia e priva di ruoli.
  • Inoltre, per alcune, la molla che smuove tutto: rivendicazioni, polemiche, scontri è fra chi ha i figli e chi non li ha.

Si è detto che il lavoro precario ha una precarieà dell’etica del lavoro stesso. Risulta più semplice dentro il lavoro precario assistere a dinamiche poco civili o poco corrette, sia rispetto al singolo che rispetto al gruppo e che il livello di accettazione delle persone si è alzato.

Poi si è passati ad un altro argomento, ovvero le reti Creative come il co-housing, su cui sono state raccontate delle esperienze positive.

Si è poi parlato delle Reti come delle Gabbie. Alle volte le reti creano dipendenza. Non si possono fare delle scelte libere appartenendo sempre a una rete di provenienza.

Allo stesso tempo si è sottolineato l’importanza delle relazioni fuori e dentro il lavoro. Mentre fuori dal lavoro sono essenziali e strategiche: reti sociali, amicali; costruire reti dentro il lavoro precario sembra quasi impossibile.

Su questa linea, è stato affrontato il tema dell’importanza delle reti fra le persone a sostegno di azioni di lotta, sia fuori che dentro del lavoro e senza limiti di età. Il gruppo ha parlato di REDDITO DI AUTODETERMINAZIONE e di come sia essenziale portare avanti questa battaglia, ma come farlo se non vi è modo di costruire reti dentro il lavoro?

Il gruppo del TEMPO

Sul cartello e’ stato scritto:

Il TEMPO:

1. mi limita e mi delimita;

2. se si lavora in casa, quando si finisce di lavorare?

Per alcun* e’ emersa la differenza tra lavoro indipendente e dipendente: lavorare come indipendente puo’ avere i suoi vantaggi di decidere quanto lavorare e come. Da un’altra parte il lavoro come freelancer, specialmente per chi lavora a casa, può’ creare solitudine e alienazione.

Il lavoro dipendente per alcune era visto soprattutto nel passato come un processo di liberazione dalla gabbia domestica (lavoro riproduttivo e di cura non pagato).

Si e’ riflettuto sul fatto che e’ importante diminuire i ritmi del lavoro imposti dal sistema produttivo capitalista odierno. Una sorta di slow food del lavoro: lavorare meno e lottare per una stessa retribuzione (lotte degli anni 80-90 che hanno prodotto le 35 ore in Francia)

Si e’ parlato del multitasking – come parola d’ordine per quanto riguarda il lavoro cognitivo e dei serivizi di oggi. Multitasking = fare più’ cose contemporaneamente come un computer, implicando un tempo che diventa schizzofrenico e iper produttivo.

Inoltre, come possibile alternativa alla crisi economica di oggi qualcuna ha introdotto l’esperienza del co-working. Questo significa che lavoratrici-tori specialmente nell’ambito dei servizi multimediali, o di formazione e consulenze, condividono un spazio dove lavorare e scambiare anche i propri saperi e networks.

Si e’ parlato di tempo fuori dal lavoro inteso come tempo speso per le relazioni e la famiglia. In questo ambito alcune donne hanno ricordato la trappola del tempo di “non lavoro” che diventa tempo per lavoro di cura che non e’ retribuito, quindi una forma di sfruttamento e precariato che andrebbe considerato (come da decenni il pensiero femminista ci insegna).

Si e’ parlato della flessibilita’ come un cambiamento nelle forme di lavoro per se’ non negativo. Molte persone della generazione anni ‘80-’90 non rimpiangono il lavoro fisso di 40 ore, ma apprezzano lavorare per differenti progetti e datrici-tori di lavoro. Il problema sorge quando il lavoro flessibile si e’ trasformato in una forma di lavoro iper precarizzata dove i costi della sicurezza sociale ricadono direttamente sulla lavoratrice.  Questo e’ il vero problema.

Molte donne della generazione degli anni ‘40-’50 vedono una similitudine tra il lavoro precario di oggi e quello degli anni ‘50: umiliazione e autoritarismo vs processi di autodeterminazione.

Alcune persone hanno dichiarato l’importanza d’instaurare dinamiche di solidarietà’ e scambio tra persone di varie generazioni per affrontare insieme la precarietà’ e i tempi schizzofrenici di oggi.

 

Come conclusione di questo breve resoconto, solamente dire che vogliamo continuare con questo percorso, ci piace l’incontro, il confronto e la discussione. Crediamo che le tematiche relative al genere debbano essere parte essenziale del dibattito sul lavoro e la precarietà…lo viviamo sulla nostra pelle e sentiamo il bisogno di trovare insieme le parole per rifletterci sopra, delineare e delimitare le questioni partendo dalle nostre esperienze e, perché no, agire…insieme.